FISPMED Network

Home » i documenti di lavoro » FACILITARE LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

FACILITARE LA PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

 

Chi si occupa di tematiche ambientali é sempre stato molto sensibile al tema della partecipazione. Non a caso la stragrande maggioranza dei programmi ambientali, come ad esempio Agenda 21, vede negli approcci partecipati un elemento fondamentale. Quello di accompagnare una comunità, grande o piccola che sia, a maturare una nuova consapevolezza ambientale fino a mutare conseguentemente il proprio stile di vita per promuovere lo sviluppo sostenibile. In Italia chi si misura e si è misurato con questi approcci in questi anni, lo ha fatto con i pochi strumenti di cui disponeva, andando per successive approssimazioni. Pochi esperimenti sono andati bene, i più hanno vivacchiato cercando di fare del proprio meglio. Qualcuno è caduto in una interpretazione poco creativa delle pratiche di partecipazione, come un adempimento formale – quasi quanto una dichiarazione o un timbro, da allegare al fascicolo che contiene le cose importanti. “Dobbiamo fare due workshop, ce lo chiede il bando” – ecco come questi ultimi spiegavano perché stavano organizzando gli incontri. E’ prevalsa fondamentalmente l’idea che nei progetti ad orientamento ambientale la partecipazione servisse a comprendere i bisogni della popolazione. La partecipazione è così stata usata fondamentalmente per conoscere i desiderata – o le paure, delle persone, e solo in casi più limitati a formulare delle proposte progettuali. Anche per questo si lavorava a compartimenti stagni. Il gruppo tecnico impiegato nel progetto, programma, azione ad orientamento ambientale tendeva a non partecipare ai lavori. Non vogliamo influenzare con le nostre idee la discussione” era la motivazione principale di questi comportamenti. Negli ultimi anni la cultura della partecipazione sta costantemente crescendo in Italia. Sono sempre di più le esperienze significative, che spaziano dall’urbanistica allo sviluppo organizzativo, dallo sviluppo locale alla bioetica, maturate con questi approcci. Eppure non è stato sempre così, perché il cambiamento culturale che essi impongono, il diverso modo di guardare agli altri, la capacità di ascolto e di decidere gestendo creativamente i conflitti sono cose che hanno richiesto e richiedono una consapevolezza diversa, e tempi di maturazione lenti ed una attenzione crescente agli elementi di processo e non solo di prodotto. Ciò è vero anche per i progetti ed i programmi ad orientamento ambientale. Si pensi ad esempio a tutti coloro che si occupano di Transizione, che guardano alla partecipazione come ad uno strumento di apprendimento e scambio di conoscenze, di impegno reciproco, di evoluzione sociale verso modelli di vita più sostenibili basati sul concetto di decrescita.

Se si guarda alla partecipazione come ad un approccio, e cioè semplicemente un altro modo di fare le cose, ci si rende rapidamente conto che è molto difficile parlare in generale di partecipazione. Il fatto à che la partecipazione può avere fini diversi, può esser fatta utilizzando strumenti diversi (sia innovativi che tradizionali), può coinvolgere soggetti diversi (non solo cittadini ma anche policy makers, tecnici, utenti particolari). A volte mira semplicemente ad informare. Convegni e conferenze, o anche le stesse procedure tipiche della VIA – la valutazione d’impatto ambientale, hanno risposto tradizionalmente a questa esigenza. Altre volte a conoscere i bisogni, o a raccogliere delle proposte o delle idee progetto a scopo consultivo. I laboratori di progettazione partecipata servono ad esempio a questo scopo. Infine, come si è detto precedentemente, negli ultimi anni invece si tende a guardare alla partecipazione per promuovere il co-protagonismo delle persone nelle cose che si vogliono fare.

La verità è che in base al tipo di coinvolgimento dei partecipanti, ed al grado di responsabilizzazione dei soggetti chiamati a partecipare, si possono distinguere diverse tipologie di partecipazione:

  1. Non sono coinvolti: non c’é partecipazione.
  2. Condividono informazioni: una partecipazione semplice ed unidirezionale, prevalentemente dedicata ad informare i partecipanti su quello che si vuol fare, a fornire chiarimenti ed a raccogliere eventuali singoli contributi a carattere migliorativo.
  3. Vengono consultati: una partecipazione incentrata sul dialogo e caratterizzata da dinamiche più complesse e bidirezionali, in cui i partecipanti possono sollevare e discutere i propri dubbi o le proprie proposte sulle cose che si devono fare anche se non hanno la responsabilità di decidere cosa sia più opportuno fare. Nei fatti non prendono parte alle decisioni ma possono, come gruppo, influenzarle (o meno).
  4. Deliberano: una partecipazione finalizzata a condividere la responsabilità di prendere decisioni e di sviluppare un programma di lavoro per realizzarle. Una forma di partecipazione più ambiziosa che chiama alla responsabilizzazione dei partecipanti che sono chiamati tutti insieme a prendere una decisione e ad assumersi la responsabilità diretta delle sue conseguenze.
  5. Sono co-protagonisti: la forma di partecipazione più difficile da realizzare perché finalizzata a promuovere il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei partecipanti, ed a spingerli – anche in completa autonomia, a sviluppare iniziative ed interventi.

Questa sorta di scala della partecipazione non vuole esprimere un giudizio sulle diverse forme di partecipazione. La loro utilità non può essere giudicata in astratto, ma deve essere valutata di volta in volta in relazione alle specifiche condizioni di contesto in cui si lavora ed alla tipologia di stakeholders con cui si sta lavorando. Parallelamente però è chiaro che tra i diversi livelli della scala esistono delle relazioni di interdipendenza abbastanza specifiche. In altre parole per promuovere forme di partecipazione superiore (co-protagonismo) è quasi sempre necessario passare, magari anche velocemente, attraverso forme di partecipazione più semplici e meno impegnative per i partecipanti.

Open Space Technology

L’Open Space Technology (OST) è una tecnica estremamente interessante per chi si occupa di partecipazione. Essa infatti ribalta la visione tradizionale di come deve essere gestito un percorso partecipato ed offre spunti estremamente interessanti a chi si occupa di questi temi. Nasce nella prima metà degli anni ’80 dall’intuizione di Harrison Owen, che racconta che l’idea gli venne dopo aver organizzato una grande conferenza internazionale. Un lavoro estremamente impegnativo, che lo aveva occupato per quasi due anni e che per fortuna era andato per il meglio. Peccato però che, secondo le molte persone con cui Harrison aveva parlato, ed anche a suo modo di vedere, le cose più interessanti di tutta la conferenza non fossero avvenute durante le sessioni di lavoro programmate ma durante i coffee break. Doveva esserci qualcosa di diabolico in tutto questo. Aveva lavorato due anni per organizzare qualcosa la cui maggior utilità per i partecipanti era venuta negli unici momenti di tutta la conferenza che lui non aveva organizzato – i coffee break. Ma perché la gente trova così utili i coffee break? Riflettendo su questa cosa Harrison concluse che il coffee break è così apprezzato perché durante questo speciale spaziotempo la gente parla solo ed esclusivamente di ciò per cui prova interesse, con persone che tendenzialmente condividono quell’interesse, per il tempo strettamente necessario alla discussione. L’Open Space[1] é un metodo che consente di organizzare convegni ed incontri che per il 99% del tempo funzionano secondo i principi del coffee break.

Il metodo è di una semplicità sconcertante. Ad inizio lavori i partecipanti all’OST, seduti in un ampio cerchio, apprendono nell’arco della prima mezz’ora i quattro principi – chiunque venga è la persona giusta, qualsiasi cosa accada è l’unica che possiamo avere, quando comincia è il momento giusto, quando è finita è finita – e l’unica legge, chiamata “la legge dei due piedi” alla base del funzionamento del metodo: “Se ti accorgi che non stai imparando né contribuendo alle attività, alzati e spostati in un luogo che ritieni essere più produttivo”. Questo “altro luogo” può essere un gruppo impegnato a discutere un altro tema, oppure il tavolo del coffee break che è imbandito e a disposizione in permanenza, oppure uno può anche andarsene. Quello che importa e che viene sottolineato con enfasi è che in questo contesto l’abbandonare un gruppo di lavoro per andare a curiosare altrove non va considerato un segno di scortesia, ma di vitalità. Poi i partecipanti costruiscono il programma di lavoro e si mettono a lavorare nei gruppi. Il rituale è abbastanza preciso: ogni sessione di gruppo dura al massimo un’ora e mezza e la sua fine è scandita dal suono di un gong. Se un gruppo ha bisogno di più tempo per chiudere la discussione può decidere di proseguirla anche nel corso della sessione seguente purché liberi l’area di lavoro per il gruppo che dovrà occuparla nella sessione successiva. Alla fine della sessione, se lo ritiene utile, ciascun gruppo prepara un sintesi dei risultati della sua discussione. Tutti i resoconti dei gruppi vengono raccolti in un Instant Report che viene poi consegnato ai partecipanti prima della chiusura dei lavori. Ma la cosa più importante di tutte è che in un Open Space responsabili di un evento noioso o poco stimolante, così come della qualità dei risultati finali, sono i partecipanti stessi.

L’approccio Open Space si basa su un’idea tanto semplice quanto apparentemente rivoluzionaria. Quella che tutto nel mondo, ed ovviamente anche le cose umane, funzionano sulla base dell’autorganizzazione. Detto altrimenti: ogni sforzo di organizzare il mondo, nella misura un cui limita la capacità degli altri di organizzare autonomamente il proprio lavoro, e’ controproducente. E’ una idea forte, che in prima battuta lascia spiazzati. Ma oltre a trovare riscontro nel lavoro di scientifico di studiosi come il premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine, che in un suo scritto afferma “In natura, il mantenimento dell’organizzazione non è, e non può essere, conseguito attraverso una gestione centralizzata: l’ordine è mantenuto solo attraverso l’auto-organizzazione”[2], trova conferma (a saper guardare..) anche nella vita pratica di tutti i giorni.

Per saperne di più: www.loci.it, www.openspaceworld.org

Gerardo de Luzenberger

luglio 2013


[1] Harrison Owen: Open Space Technology. Guida all’Uso (terza edizione). Genius Loci editore, 2007 www.loci.it

[2] Ilya Prigogine – Isabelle Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Einaudi, Torino, 1981

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: