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diritti umani e sviluppo sostenibile.

sviluppo e diritti

Nella Carta ONU del 1945 e nella Convenzione CEDU del 1950 non ci sono accenni al diritto dell’uomo all’ambiente, né alcun riferimento a nozioni di “ambiente” perché all’epoca l’esigenza di inserire questo tema nel catalogo dei diritti non era sentita.

Una prima affermazione in tal senso risale alla Conferenza di Stoccolma (1972) sull’ambiente umano, in cui viene adottata una dichiarazione di principi che riconosce l’ambiente (umano e naturale) come necessario per il benessere e il godimento dei diritti umani basilari. La protezione ambientale rientra perciò all’interno del diritto alla vita, perché senza un ambiente sano e protetto non c’è benessere.

Questo principio viene ribadito sia nella Dichiarazione dell’Aja sull’ambiente (1989) sia nella Risoluzione 45/94 dell’Assemblea generale dell’ONU (1990) in cui si ribadisce la necessità di assicurare un ambiente sano per il benessere degli individui. Nella Dichiarazione di Riode Janeiro (1992) su ambiente e sviluppo dell’ONU si fa un passo avanti: pur non inserendo il diritto all’ambiente tra i diritti umani, viene riconosciuto un diritto strumentale per la protezione dell’ambiente. Il Principio 10 elenca gli strumenti tramite i quali i cittadini possono essere coinvolti nelle questioni della protezione ambientale:

  • Condivisione di informazioni
  • Partecipazione ai processi decisionali
  • Accesso a procedimenti giudiziari e amministrativi

.La Convenzione di Aarhus (1998) in Danimarca, organizzata dall’UNECE (United NationsEconomic Commission for Europe), riconosce per la prima volta ai singoli il diritto all’ambiente come principio di diritto internazionale: i singoli possono ricorrere contro le amministrazioni pubbliche che intendono avviare programmi che possono danneggiare l’ambiente. L’ultimo passo finora fatto risale alla Risoluzione 60/2005 dell’Assemblea generale ONU, frutto del lavoro attivo della Commissione sui Diritti umani, che sostiene la coincidenza di ambiente e diritti umani nell’ambito dello sviluppo sostenibile: la protezione dell’ambiente e uno sviluppo sostenibile possono contribuire al benessere umano e, potenzialmente, al godimento dei diritti umani.

I diritti umani e l’ambiente possono svolgere un ruolo integrato e indivisibile nella realizzazione dello sviluppo sostenibile e nell’accesso equo ai beni primari, dimostrando come ambiente e politiche dei diritti dell’uomo si influenzino a vicenda.

Diritti umani e informazione ambientale

Un contributo rilevante al chiarimento del legame esistente tra ambiente e diritti umani è stato apportato dagli organismi internazionali che operano nel campo della protezione dei diritti dell’uomo. Nonostante l’assenza di specifiche norme sul diritto dell’uomo all’ambiente in quasi tutti gli atti adottati a livello internazionale, la giurisprudenza internazionale sui diritti umani ha riconosciuto agli individui un crescente grado di tutela in casi concernenti episodi di inquinamento, svolgimento di attività pericolose, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali.

Un esempio di questa tendenza evolutiva è rappresentato dalla giurisprudenza della Corte europea dei  diritti dell’uomo. Sebbene manchi nel testo della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) il diritto all’ambiente o qualsiasi riferimento alla nozione di ambiente, la Corte è andata, nel tempo, riconoscendo un notevole grado di protezione all’individuo in relazione a fenomeni di inquinamento e degrado ambientale. La Corte ha ritenuto, infatti, che tali fenomeni possano tradursi in illecite interferenze nel godimento di alcuni diritti espressamente garantiti, quali il diritto alla vita privata e familiare (art.8) e il diritto alla vita (art.2)14. È significativa, in proposito, l’attenzione che la Corte dedica ad alcune garanzie di natura procedurale riconosciute all’individuo in relazione a scelte pubbliche suscettibili di produrre significativi effetti sull’ambiente e violare tali diritti.

Secondo la giurisprudenza ormai costante della Corte, quando uno Stato deve affrontare questioni complesse di politica ambientale ed economica, quale ad esempio lo svolgimento di attività industriali altamente inquinanti o pericolose, il processo decisionale deve comportare lo svolgimento di inchieste e studi volti a valutare anticipatamente gli effetti sull’ambiente e sui diritti degli individui, al fine di conseguire un equilibrio tra i tutti gli interessi in gioco. A tale obbligo, si affianca quello di assicurare l’accesso del pubblico ai risultati di tali studi e a tutte le informazioni necessarie a valutare i rischi cui esso può essere esposto. Sulla base di tali informazioni, i soggetti interessati hanno il diritto di presentare osservazioni e ricorrere contro le decisioni adottate laddove ritengano che i propri interessi non siano stati tenuti in considerazione.

La Corte, dunque, in particolari circostanze, giunge a configurare un «diritto del pubblico all’informazione». Tale diritto, tuttavia, non è ricondotto alla disposizione della Convenzione che tutela la libertà di informazione (art. 10) il quale, secondo la Corte, comporta solo un obbligo (negativo) dello Stato di astenersi da qualsiasi attività volta a interferire con la libertà dell’individuo di ottenere informazioni e non un obbligo (positivo) di raccogliere e divulgare informazioni.

Il diritto all’informazione ambientale, inteso nei termini di una pretesa giuridicamente tutelabile a ottenere dati e notizie detenuti dall’autorità pubblica, è, dunque, distinto dalla più generale “libertà di informazione”, coincidente con la con la semplice assenza di ostacoli alla libera circolazione delle informazioni, e gioca un ruolo in quanto aspetto procedurale di altri diritti sostanziali. La libertà di informazione, tutelata dall’art. 10, ha assunto, invece, rilevanza in materia ambientale al fine di garantire la libertà di individui e gruppi (in particolare le associazioni ambientaliste) di raccogliere e diffondere informazioni su questioni ambientali, alimentando il dibattito pubblico e svolgendo un ruolo di «public watchdog».

La Convenzione di Århus: per un modello di “democrazia ambientale”

La Convenzione di Århus «sull’accesso all’informazione, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale»19 è la prima convenzione internazionale in materia ambientale che, similmente agli accordi per la tutela dei diritti umani, impone agli Stati degli obblighi nei confronti degli individui.

La Convenzione, riconosciuto il fondamentale diritto umano a un ambiente salubre, individua quali mezzi per farlo valere l’accesso all’informazione, la partecipazione ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia, tre “pilastri” su cui costruire un nuovo modello di democrazia ambientale. Sebbene il termine “diritti” sia generalmente evitato all’interno della Convenzione, che disciplina nel dettaglio gli obblighi che gravano sugli

Stati, l’obiettivo, la struttura e il contesto sono indubbiamente «right oriented»20.

Il primo pilastro è naturalmente l’accesso all’informazione ambientale. Gli obblighi che gravano sugli Stati contraenti sono definiti secondo due approcci: da un lato, le Parti sono tenute ad assicurare l’accesso su richiesta alle informazioni ambientali detenute dalle autorità pubbliche (ruolo passivo), dall’altro, esse hanno l’obbligo di raccogliere e divulgare l’informazione rilevante (ruolo attivo). L’oggetto di tali obblighi, l’«informazione ambientale», è definito in maniera estremamente ampia; la nozione comprende non solo le informazioni riguardanti lo stato degli elementi dell’ambiente (aria, acqua, suolo, paesaggio, biodiversità..) ma anche le informazioni attinenti agli elementi che possono influenzare lo stato dell’ambiente, vale a dire, «i fattori», come sostanze, energia, rumore e radiazioni, ma anche «le attività» e «le misure» (provvedimenti amministrativi, politiche, normative, piani e programmi, incluse le analisi economiche utilizzate nei processi decisionali) suscettibili di influire sull’ambiente.

La definizione comprende, inoltre, le informazioni riguardanti lo «stato di salute e la sicurezza umana» e «lo stato dei siti culturali» nella misura in cui sono influenzati dallo stato dell’ambiente. Legittimato a esercitare il diritto di accesso alle informazioni ambientali in possesso delle autorità pubbliche è il «pubblico», definito in maniera estremamente ampia e generica, in modo da evitare qualsiasi discriminazione sulla base della cittadinanza, nazionalità o domicilio. L’accesso, inoltre, deve essere consentito senza necessità di dimostrare un interesse, entro termini prestabiliti, a un costo ragionevole. Infine, sono individuate nel dettaglio le cause che possono legittimare un rifiuto da parte dell’autorità pubblica, al fine di ridurre i margini di discrezionalità degli Stati nell’individuazione delle informazioni accessibili. Uno degli elementi più innovativi della Convenzione di Århus è, tuttavia, costituito dalla previsione di precisi obblighi di divulgazione «attiva» delle informazioni ambientali. A tal fine, le autorità pubbliche devono possedere e aggiornare l’informazione ambientale utile per l’esercizio delle proprie funzioni; istituire meccanismi obbligatori che garantiscano un adeguato flusso di informazioni su attività suscettibili di produrre un significativo impatto sull’ambiente; in caso di minaccia imminente alla salute o all’ambiente, diffondere immediatamente tutta l’informazione utile a prevenire o mitigare i danni. Tra le informazioni che le autorità pubbliche sono tenute a diffondere rientrano le normative, i piani, le politiche in materia ambientale (inclusi i rapporti sulla loro implementazione e i fatti e le analisi rilevanti per la loro elaborazione) e le informazioni sul modo in cui l’amministrazione, a tutti i livelli, esercita le funzioni pubbliche o fornisce i servizi pubblici relativi all’ambiente.

Affinché il diritto all’informazione sia effettivo la Convenzione prevede, poi, obblighi cd. di “metainformazione”, ovvero l’obbligo di fornire al pubblico informazioni sul tipo e sullo scopo dell’informazione ambientale detenuta dalle autorità pubbliche e sulle condizioni e le procedure per ottenerla. La Convenzione, infine, indica nel dettaglio quali sono le informazioni che devono essere rese pubbliche al fine di garantire una partecipazione “informata” ai processi decisionali: esse comprendono tanto le informazioni relative al processo decisionale (tipologia, tempi, responsabile, atto finale…) quanto le informazioni rilevanti all’interno del processo decisionale (attività proposta, effetti ambientali, alternative possibili…).

Conclusioni

E’ quindi necessario un nuovo approccio che integra i diritti umani e la protezione dell’ambiente nel diritto per affrontare l’impatto del degrado ambientale sulle popolazioni più povere e vulnerabili del mondo, una relazione congiunta realizzata dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti dell’uomo Diritti (OHCHR) e il Programma ambientale delle Nazioni Unite

La creazione di questo collegamento potrà favorire  la sicurezza alimentare, l’uso razionale dell’energia e dell’acqua, e il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile secondo quanto indicato negli obiettivi di sviluppo del Millennio (OSM).

Il godimento dei diritti umani fondamentali, come il diritto alla vita, alla salute, acqua e cibo, è strettamente legato alle condizioni ambientali.

Questo approccio potrebbe servire a:

·        portare maggiore chiarezza sugli impatti alla base di diverse attività economiche o di altro tipo in materia di diritti umani e ‘ambiente, e l’impatto dei diritti umani in materia di tutela dell’ambiente, consentendo di fornire politiche e progetti;

  • migliorare i risultati, facilitando sinergie positive, e in generale migliorare la gestione delle risorse naturali,
  • aumentare l’efficacia delle attività, dei programmi e delle politiche di integrazione degli aspetti sociali con obiettivi ambientali;
  • garantire la responsabilità dei governi, del settore privato o di organizzazioni per i diritti umani per quanto riguarda l’impatto delle loro attività sull’ambiente e sui diritti umani;
  • fornire più forti legami intersettoriali, così da sostenere ulteriormente gli sforzi verso lo sviluppo sostenibile, fornendo un quadro di riferimento per integrare lo sviluppo sociale, lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente;
  • dimostrare il contributo positivo della conservazione di un ambiente sano e sicuro per i diritti umani e aumentare la consapevolezza dell’impatto negativo sui diritti umani di non riuscire a proteggere le  risorse naturali e la biodiversità;

gli ostacoli nel percorso includono alcuni governi e attori non desiderano essere impegnati in sforzi a lungo termine di conservazione o per la realizzazione dei diritti umani.

Nonostante le difficoltà, il rapporto offre raccomandazioni che avrebbe portato una maggiore integrazione dei due aspetti fondamentali della sostenibilità, e garantire una transizione più rapida verso un’economia verde.

Consulta il documento integrale: http://www.unep.org/environmentalgovernance/Portals/8/JointReportOHCHRandUNEPonHumanRightsandtheEnvironment.pdf

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