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Dopo la Primavera e la tesa Estate Araba come sarà l’Autunno?

Riflessioni sul Mediterraneo, un possibile ruolo per Venezia!

 Otto mesi sono già trascorsi dal  17 dicembre 2010 da quando Mohamed Bouazizi si diede fuoco in un gesto di disperata protesta contro le prevaricazioni della polizia, innescando la più ampia e repentina rivolta popolare che avesse mai coinvolto la Tunisia negli ultimi 30 anni costringendo, in poche settimane, il presidente Ben Ali a fuggire dal paese.

Lo scenario da allora è ulteriormente mutato rendendosi, se è possibile ancora più complesso, continuando a scuotere gli equilibri dell’intero Mondo Arabo. Si è ormai passati dalla “primavera” ad una difficile e calda “estate” e possiamo prefigurarci un incerto e nebuloso “autunno”. Come si ricomporranno gli equilibri mediorientali e dei paesi del Golfo, anch’essi coinvolti in questa transizione epocale, non è ora immaginabile e ancor meno definibile. La transizione sarà prevedibilmente lunga.

L’11 febbraio è caduto il secondo capo di stato di un Paese Arabo, l’Egitto di Mubarak che aveva assunto negli anni un ruolo di dialogo propositivo nei confronti del mondo occidentale e di guida del processo costitutivo dell’Unione per il Mediterraneo ma che aveva “dimenticato” di curare gli interessi del proprio popolo e il necessario processo di democratizzazione interna al paese.

L’Unione per il Mediterraneo, anche se pochi ci hanno creduto realmente, poteva diventare un’utile palestra di confronto paritario con i Paesi dell’Unione Europea ma anche strumento per sostenere e sollecitare le necessarie riforme interne ai singoli paesi. Ci hanno pensato, prima dell’Unione, nel pretenderlo, in forme spontanee, le migliaia di giovani donne e uomini che in questi paesi hanno innescato un irreversibile processo, anche se fino ad ora purtroppo con risultati ancora parziali.

E gli altri paesi Arabi nel mentre cosa hanno fatto e così pure Europa e Stati Uniti?  I primi, solo alcuni di questi per la verità,  hanno cercato di correre ai ripari per contenere la pressione popolare.

Essenzialmente prima ancora di un bisogno di partecipazione e introduzione del principio di legalità e tutela dei diritti umani,  è stata la drammatica situazione economica e sociale che ha alimentato la protesta (degrado ed emarginazione sociale, povertà, disoccupazione, un insopportabile divario economico fra le ristrette èlite politiche e finanziarie e la massa della popolazione indigente), quindi questi governi avevano adottato una serie di provvedimenti tampone: abbassamento dei prezzi dei generi di prima necessità e – in un secondo momento – revoca dello stato di emergenza (Algeria), nomina di un nuovo esecutivo (Giordania), incentivi economici alle famiglie (Bahrein). Inoltre le monarchie di Marocco e Giordania hanno deciso di “orientare” un processo di riforma che potrebbe, se non supportato nell’ambito di istituzioni trasnazionali condivise, determinare solo cambiamenti di facciata. In particolare il re del Marocco Mohammed VI ha promulgato una nuova costituzione, approvata da un referendum popolare il 1° luglio, che però continua ad attribuire al solo sovrano i principali poteri.

Altri, a partire dalla seconda metà di marzo, ad esempio la Siria è stata ed è tutt’ora interessata dalle  proteste scoppiate nel sud del paese. La rivolta siriana ha tra l’altro attirato l’attenzione regionale ed internazionale per la brutalità della reazione delle forze di sicurezza fedeli al regime. Occorre considerare se pur brevemente che la Siria è al centro degli equilibri regionali e dei conflitti che affliggono il Medio Oriente, dalla questione palestinese a quella irachena, all’eterna crisi libanese. La Siria è per certi versi l’ago della bilancia fra le tre potenze non arabe che dominano la regione: Israele, Turchia e Iran. Se il regime dovesse crollare, o se il paese dovesse scivolare in una guerra civile, le ripercussioni a livello regionale potrebbero essere imprevedibili, in primo luogo in Libano, ma anche in Palestina, in Iraq, e nella stessa Giordania.

Invece la vecchia è sempre più “pachidermide” Europa e gli Stati Uniti coinvolti in una crisi interna di vaste proporzioni si sono limitati a guardare, forse “sconcertati”, l’evoluzione degli eventi e, dopo aver in un primo momento illusoriamente confidato nella stabilità dei regimi tunisino ed egiziano, accordando loro il proprio appoggio ed esortando i manifestanti alla “moderazione”, si sono viste costrette a cambiar strategia affermando di voler “sostenere la democrazia” richiesta a gran voce da numerosi giovani attivisti arabi, esortando i loro ancor solidi vecchi regimi a favorire la transizione.

A tutto ciò si aggiunge la guerra in Libia la cui conclusione con la caduta di Gheddafi non appare imminente. Il futuro della Libia rimane aperto a numerosi scenari, la gran parte dei quali sono poco allettanti per il popolo libico e per l’intera regione: una guerra civile di carattere tribale, un nuovo regime militare, la partizione del paese, o una lunga transizione che lo lascerebbe in un limbo prolungato.

Sul fronte del Golfo infine la Monarchia Saudita, dovendo affrontare l’”accerchiamento” dei suoi confini interessati dalla rivolta in Yemen, dalla tutt’ora fragile situazione nell’Oman, dalla sollevazione popolare in Bahrein, e dalle proteste in Giordania, ha deciso di mettere in atto un articolata azione politico-finanziaria:

  1. in patria ha stanziato decine di miliardi di dollari offrendo al “dissenso interno” una serie di incentivi economici;
  2. nella regione:
    1. ha promosso l’intervento militare in Bahrein;
    2. ha favorito lo stanziamento di 20 miliardi di dollari da parte del Consiglio dei Paesi del Golfo (GCC) a sostegno di Bahrein e Oman;
    3. ha assunto un ruolo guida negli sforzi di mediazione nello Yemen;
    4. ha stanziato 4 miliardi di dollari a favore dell’Egitto.

Inoltre I Sauditi hanno convinto i Paesi del GCC ad invitare all’adesione le Monarchie di Marocco e Giordania seppur paesi che non si affacciano nel Golfo e con situazioni molto diverse dagli attuali membri del Consiglio. Questo per creare un club dei paesi a maggioranza Sunnita  slegato dai sommovimenti popolari degli altri Paesi Arabi.

Date le premesse e lo scenario or ora descritto serve una decisa azione internazionale che possa rilanciare concretamente l’unico luogo paritario e trasnazionale che ci si è “inventati” negli ultima anni, quell’Unione per il Mediterraneo, nata ma non ancora “cresciuta”, rafforzandone l’impostazione federalista e coinvolgendo solo quei Paesi che progressivamente accetteranno di adottare alcune trasformazioni alla propria Governance interna con processi di coinvolgimento democratico dei propri cittadini. Anche perchè le masse popolari che hanno fatto la loro irruzione sulla scena politica dopo decenni di assenza difficilmente abdicheranno alla volontà di far sentire la propria voce o si asterranno dalla partecipazione politica nel prossimo futuro..

Occorre inoltre a nostro avviso, parallelamente con questo processo ri-costitutivo dell’Unione per il Mediterraneo, sostenere un confronto tra le società civili, i governi della sponda nord e sud del Mediterraneo e del Mar Nero, le istituzioni Parlamentari internazionali quali: l’attuale Segretariato dell’Unione del Mediterraneo, l’Assemblea Parlamentare per l’Unione per il Mediterraneo, il Parlamento del Mediterraneo, l’Assemblea Parlamentare del Mar Nero, scegliendo un tema che per sue specifiche intrinseche può favorire il dialogo essendo naturalmente trasnazionale, aconfessionale e fuori da confronti/scontri legati alle specifiche identità culturali. Gli intrecci tematici proposti dal confronto tra le necessità di sviluppo economico sostenibile, tutela e valorizzazione ambientale e lotta alla povertà ci paiono essere l’argomento su cui concentrare questo comune lavoro di partenariato. La diffusa consapevolezza che la terra è un bene di tutti potrebbe infatti favorire proprio lo stare assieme, il sedersi attorno ad un tavolo per promuovere politiche condivise di tutela delle risorse naturali e di sviluppo economico.

La città di Venezia che incardina mirabilmente nella sua storia ultra secolare da un lato la capacità mai più espressa altrove dopo la caduta della Repubblica Serenissima di essere una porta, pragmatica, concreta ed efficace tra Oriente ed Occidente e dall’altra l’abilità delle sue istituzioni di Governo e delle sue maestranze nell’aver saputo gestire la mirabile  sfida dell’equilibrio tra natura e uomini da sottrarre di volta a volta alla precarietà, continuamente da riconquistare con una politica severa e lungimirante di conservazione degli equilibri naturali, il governo delle risorse e dei beni sotto il segno di una precoce e sorprendente «economia della riproducibilità», può giocare un ruolo centrale e contribuire a rafforzare la pacificazione dell’area.

La nostra città può esprimere nuovamente, attualizzandola, questa sua capacità di protagonismo tra Oriente ed Occidente. Assieme alla Regione del Veneto potrebbe dar vita ad un processo di rilancio del suo ruolo sia nel campo dei diritti umani che in quello della pace e del partenariato economico costruito attorno ai saperi accumulati nel governo dell’Ambiente a vantaggio anche del sistema di piccole e medie imprese regionali.

Una antica caserma della Repubblica Serenissima, la “caserma da Mar” o come denominata in tempi recenti: Caserma Pepe, localizzata nell’”isola d’oro” del Lido di Venezia, abbandonata da tempo, potrebbe essere il luogo ideale per poter ospitare alcune di queste attività, la “porta” tra oriente ed occidente . Questo ampio storico edificio una volta recuperato sarebbe la sede ideale di un ufficio speciale dell’Unione per il Mediterraneo dedicato a rafforzare la società civile del Mediterraneo, dell’Università dei mestieri tradizionali del Mediterraneo promosso dalle Nazioni Unite, il centro dei diritti umani promosso dall’Università di Padova e  il master dell’Università internazionale del Principato di Monaco dedicato a: “pace sostenibile attraverso lo sport”.

Venezia, 15 settembre 2011

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